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Il suono rosso

(2018-2020) video e musica elettroacustica [32’ 09″]

Video: Ivan Penov

Prima esecuzione assoluta: Festival Signal to Noise, diretta streaming, 6 febbraio 2021

Commissione La Stoppa di Elena Pantaleoni, Ancarano di Rivergaro (PC)

L’opera è la seconda parte di un progetto videomusicale: Trilogia della temporalità.

Il progetto è diviso in tre parti: “Il suono bianco”, “Il suono rosso” e “Il suono verde”. Ognuna di esse è una messa in scena audiovisiva realizzata da un videoartista e un compositore di musica elettroacustica su tre importanti realtà alimentari italiane: il formaggio, il vino, gli ortaggi.

  • Perché ‘messa in scena’? Perché le immagini e i suoni del territorio, delle materie prime, della lavorazione di ciascun alimento, diventano attori di una narrazione a volte fantastica, a volte di puro racconto.
  • Tempo o temporalità? Il formaggio si produce in una giornata, ogni giorno dell’anno e si consuma sia in tempi brevi che in tempi lunghi. Il vino si produce in mesi ma solo una volta all’anno e si consuma quasi esclusivamente in tempi lunghi. Gli ortaggi si producono in stagioni diverse, ma sono distribuiti lungo tutto l’anno e si consumano quasi esclusivamente in tempi brevi. Tuttavia il progetto allude anche al tema della temporalità, condizione di ciò che è contrapposto a ciò che è eterno, ma non privo di una spiritualità peculiare della cultura italiana.

Cibo e musica implicano entrambi capacità di agire e di produrre basandosi su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive. Si parte da materiali base (l’uva – i suoni) per farne, attraverso innumerevoli tecniche di trasformazione, materiali complessi (strutture olfattivo/gustative – sonore) che, aggregati, daranno vita all’opera finale (vino – musica).

Le riprese audio e video sono state distribuite nel tempo secondo i ritmi e le fasi di staticità ed estrema dinamicità tipiche della produzione del vino. Se la parte musicale segue un percorso lineare (dalla potatura della vigna alla cantina), la parte visiva spezza la linearità costruendo una narrazione propria. La materia visiva delle diverse fasi durante la nascita del vino viene scomposta e ricreata in un secondo momento scambiando degli elementi: rendere ipnotico ciò che è violento e trovare una dinamicità molto animata in situazioni apparentemente calme. Lo stesso succede nello scambio continuo tra i colori e le tonalità dell’uva, della terra e dei processi meccanici. Il risultato è un’allucinazione di ciò che si attraversa durante la lavorazione dell’uva, come se fosse un flusso di coscienza sensoriale. La composizione visiva aderisce quindi alla caoticità nei processi dinamici della produzione del vino dovuta alle condizioni meteo e biologiche che non possono essere completamente controllate dall’essere umano. In un percorso audiovisivo molto intimo questi elementi vengono messi in discussione senza snaturare la materia ma per rendere visibili momenti solitamente invisibili/inudibili e nello stesso tempo ambigui.

Roberto Doati, Ivan Penov

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Il suono bianco

(2015) video e musica elettroacustica [18’ 10″]

Video: Maurizio Goina

Commissione Caseificio Di Nucci 1662, Agnone

L’opera è la prima parte di un progetto videomusicale: Trilogia della temporalità.

Il progetto è diviso in tre parti: “Il suono bianco”, “Il suono rosso” e “Il suono verde”. Ognuna di esse è una messa in scena audiovisiva realizzata da un videoartista e un compositore di musica elettroacustica su tre importanti realtà alimentari italiane: il formaggio, il vino, gli ortaggi.

  • Perché ‘messa in scena’? Perché le immagini e i suoni del territorio, delle materie prime, della lavorazione di ciascun alimento, diventano attori di una narrazione a volte fantastica, a volte di puro racconto.
  • Tempo o temporalità? Il formaggio si produce in una giornata, ogni giorno dell’anno e si consuma sia in tempi brevi che in tempi lunghi. Il vino si produce in mesi ma solo una volta all’anno e si consuma quasi esclusivamente in tempi lunghi. Gli ortaggi si producono in stagioni diverse, ma sono distribuiti lungo tutto l’anno e si consumano quasi esclusivamente in tempi brevi. Tuttavia il progetto allude anche al tema della temporalità, condizione di ciò che è contrapposto a ciò che è eterno, ma non privo di una spiritualità peculiare della cultura italiana.

Arte culinaria e Arte musicale hanno molte affinità: esiste una tradizione fatta di ricette (per la musica: l’armonia, il contrappunto, le forme classiche), si parte da materiali base (i suoni) per farne, attraverso innumerevoli tecniche di trasformazione,  materiali complessi (le strutture sonore) che aggregati daranno vita all’opera finale.

Il suono bianco nasce dall’incontro con un autentico Maestro Artigiano: Franco Di Nucci. Ogni giorno, per un’intera settimana, abbiamo raccolto immagini e suoni della lavorazione nel suo caseificio. Il nostro racconto audiovisivo si svolge quindi dai pascoli all’arrivo del latte, dal latticello alla ricotta, i vapori, i tanti e diversi gesti che nella preparazione dei formaggi modellano la candida pasta filata come fosse materia per sculture, il processo di conservazione e controllo della stagionatura, la degustazione. Formalmente è diviso in cinque episodi, contraddistinti da un’alternanza di staticità e ritmicità, di spazi esterni e spazi interni.

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Seppie senz’osso

(2013) video e musica elettroacustica [10’]

Video: Paolo Pachini

Cuoco: Luigi Zanco

Prima esecuzione assoluta: “La Storia in piazza- I tempi del cibo”, Torre Grimaldina, 12 Aprile 2014

Si tratta del V episodio del film Titolo segreto per quadrati, tromba fitta, frutti cavi, progetto videomusicale nato dalla collaborazione con il cuoco Gigi Zanco.

Perché la cucina? Perché Arte culinaria e Arte musicale hanno molte affinità: esiste una tradizione fatta di ricette (per la musica: l’armonia, il contrappunto, le forme classiche) e si parte da materiali base comuni (i suoni) per farne, attraverso innumerevoli tecniche di trasformazione,  materiali complessi (le strutture sonore) che aggregati daranno vita all’opera finale. Ma l’Arte culinaria procede anche per variazioni di forme, colori, materie che passano da uno stato all’altro; e poi ci sono i gesti, talvolta delicati, talvolta cruenti.

Per svelare queste relazioni sonore e visive (e, speriamo, suggerire quelle legate al tatto e al gusto), è stato allestito un vero e proprio set cinematografico in cui il cuoco viene guidato da una regia che attraverso una lettura a volte surreale, esalta i caratteri culturali della preparazione di vari piatti.

Sinossi

Il tradizionale piatto lagunare rivisto sotto una lente fanta-medieval-nipponica. Progresso dalla necessaria crudeltà sulle seppie crude, al salutare taglio e, attraverso il lavaggio e la rapida cottura, alla geometrica disposizione finale dove tutte le parti dei mostri marini, unite ai loro degni accompagnatori (pani al nero, polenta bianca, chicchi rossi di melograno) trovano la dignità di simboli magici, a metter ordine nei nostri appetiti. Ad accompagnare, canti senza parole di melograni armonici, fumi che gridano a più non posso e gorgheggi di coltelli danesi.

Roberto Doati, Paolo Pachini

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Noli me tangere

(2010) video e musica elettroacustica [21’ 50”]

Prima esecuzione assoluta: Sala Accademia, Conservatorio di musica “Santa Cecilia”, Roma, 22 Ottobre 2013

Il rapporto fra musica e immagini in quest’opera è fondato sull’idea di contrasto. Formalmente è divisa in cinque parti: un tema e quattro variazioni. La tensione e la rigidità dei suoni e delle strutture musicali, in ogni parte diversi, rende ogni volta diversa la percezione della sensualità, morbidezza, fluidità delle immagini, stoffe seriche che cadono continuamente.

Il montaggio del video è stato realizzato usando, con una certa arbitrarietà, la serie delle altezze e sue permutazioni delle Variazioni op. 30 di Anton Webern, a cui sono debitore anche della divisione formale. Casualmente, infatti, ho acquistato 12 colori diversi di stoffe e tanto è bastato per portami a scegliere la confortevole guida del serialismo novecentesco.

Un altro elemento lega suono e immagine. Se la musica del “Tema” è costruita associando le diverse articolazioni sonore (tutti suoni di violino) ai registri degli strumenti nell’opera di Webern, le quattro “Variazioni” si sviluppano secondo quanto rilevato dal programma EyesWeb che ‘cattura’ saturazione, brillantezza, baricentro e altri parametri fisici del video, per controllare in tempo reale gli algoritmi di elaborazione del suono da me progettati.

Il Violino (Tema) è Marco Rogliano, le Funi (Variazione 1) sono le chiatte di Piazzetta Berio registrate da Alessandro Quaranta che ringrazio per il dono, la Voce (Variazione 2) è Giorgio Bertan, le Pietre e le Stoffe (Variazione 3 e 4) sono io.

Genova, Firenze e Venezia erano le tre città della produzione di seta nel XV secolo: ad esse mi lega un profondo senso di appartenenza.

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La scala non procede oltre

(2009) per video e live electronics [7′]

Prima esecuzione assoluta: Conservatorio di musica “F.A.Bonporti”, Riva del Garda, 21 novembre 2010

Video e live electronics: Roberto Doati

Commissione Conservatorio di musica “F.A.Bonporti” di Trento, sede di Riva del Garda

La struttura a gradini del macrocosmo corrisponde alle diverse facoltà conoscitive: senso, immaginazione, ragione, discernimento, comprensione, verbo. La scala non procede oltre perché…

Commissionata dal Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento (Sezione di Riva del Garda) per l’anno delle celebrazioni di Galileo, è la realizzazione in suoni e immagini del punto di vista aristotelico-tolemaico, ossia geocentrico. Ritengo infatti che sotto molti aspetti viviamo un’epoca più facilmente riconducibile al Medioevo che al Seicento.

Ecco perché:

  • le immagini si alternano fra superfici rigide e superfici curve;
  • l’uso esclusivo del blu (le stelle azzurre sono quelle più vicine alla Terra);
  • uso solo suoni di strumenti acustici isolati da opere di autori del XX secolo. Solitamente si associano i suoni elettronici a quelli provenienti dallo spazio; quelli presenti in quest’opera, invece, sono i suoni che si dovrebbero secondo me sentire orbitando intorno alla Terra.

La musica è un omaggio al compositore che ha scritto le musiche più vicine all’immagine di un cielo stellato: John Cage. I suoni sono elaborati in tempo reale attingendo da generatori di numeri casuali per produrre i valori di durata e altezza. La loro simultaneità è totalmente affidata all’interprete, anche se sarà comunque impossibile costruire frasi musicali di ampio respiro. Idealmente possono quindi esistere infinite versioni di La scala non procede oltre, così come infinite sono le stelle o per lo meno finché l’essere umano ne scoprirà di nuove.

Grazie a Luciano Berio, Anthony Braxton, John Cage, Don Cherry, Ornette Coleman, Miles Davis, Dumitru Fărcaş, Morton Feldman, Charlie Haden, German Kuular, Bruno Maderna, Olivier Messiaen, Charles Mingus, Harry Partch, Andrei Popa, Steve Reich, Alexander Salchak, Giacinto Scelsi, Robert Schumann, Salvatore Sciarrino, Fernando Sor, Edgar Varése, Lui Pui-Yuen, Iannis Xenakis, con la speranza che copiare i maestri nel chiuso dei nostri eremi, aiuti a preparare un Nuovo Rinascimento.

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Sindrome scamosciata

(2008-2009) per video e live electronics [21’ 24”]

“Il transito ostile della luna” [5’ 17”]

Prima esecuzione assoluta: Conservatorio di musica “F.A.Bonporti”, Riva del Garda, 3 maggio 2008

Video e live electronics: Roberto Doati

“Potrete incappare in un contrattempo” [5’ 17”]

Prima esecuzione assoluta: Sala Tartini del Conservatorio “Giuseppe Tartini”, Trieste, 24 novembre 2010

Video e live electronics: Roberto Doati

“Le stelle suggeriscono nuove opportunità” [5’ 18”]

Prima esecuzione assoluta: Sala Tartini del Conservatorio “Giuseppe Tartini”, Trieste, 24 novembre 2010

Video e live electronics: Roberto Doati

“Vivrete una settimana all’insegna della stabilità” [6′]

Prima esecuzione assoluta: Sala Tartini del Conservatorio “Giuseppe Tartini”, Trieste, 24 novembre 2010

Video e live electronics: Roberto Doati

Sindrome scamosciata è una serie di 4 videomusiche ispirate da IPCRESS, il mio primo incontro con la musica elettronica (1965). A tale anno risale il film di Sidney Furie, tratto da un libro di spionaggio di Len Deighton, con Michael Caine nel ruolo di agente segreto al servizio del governo inglese. L’acronimo IPCRESS sta per “Induction of Psycho-neuroses by Conditioned Reflex under strESS”.

Sia il materiale sonoro che quello visivo sono presi e guidati da una scena del film in cui Caine, rapito da militari sovietici con la collaborazione di un traditore britannico, viene sottoposto a un lavaggio del cervello durante il quale, legato a una sedia, subisce l’ascolto ad alto volume di musica elettronica e la visione di figure sintetiche.

La parte visiva del mio lavoro prende formalmente avvio da quelle figure per poi divenire uno studio sulla permanenza mentale dell’immagine. È stata realizzata coprendo con un cartone nero bucato lo schermo di un televisore acceso e lasciando che l’ampia apertura dell’obiettivo e i rapidi movimenti di camera nel buio registrassero delle scie luminose. Periodicamente, ma non percepita come tale, compare per breve tempo (con intento subliminale) un’immagine del tutto fuori contesto.

La parte musicale viene eseguita dal vivo sulla proiezione del video e senza partitura. Pur circoscritta in un ambiente compositivo ben definito, l’improvvisazione si realizza agendo su 21 parametri di controllo per la trasformazione di un frammento di 30” estratto dal film. L’algoritmo di elaborazione (scritto in Csound e controllato via Max/MSP) è una sintesi additiva di 100 sinusoidi estratte dal materiale di partenza.

Ogni capitolo del libro The IPCRESS File porta in testa una citazione astrologica, perciò il titolo di ciascuno dei brani che costituiscono la mia serie è ricavato dal mio oroscopo per il giorno in cui comincio a lavorare: “Il transito ostile della luna”, “Potrete incappare in un contrattempo”, “Le stelle suggeriscono nuove opportunità”, “Vivrete una settimana all’insegna della stabilità”.

Un ringraziamento a Matteo Ricchetti che ha trasformato un rimedio alla mia imperizia con la tecnologia video ne Il transito ostile della luna in un significato.

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Un avatar del diavolo

(2005) teatro musicale per due attori e live electronics su testi di Antonin Artaud tratti da “Pour en finir avec le jugement de dieu” e altri scritti (editore Gallimard), con una citazione da Visage di Luciano Berio (editore Universal Edition) [45’]

Prima esecuzione assoluta: XXLVI Festival Internazionale di Musica Contemporanea, Venezia, 30 settembre 2005, Arsenale, Teatro Tese delle Vergini)

Ideazione e musiche: Roberto Doati

Video: Paolo Pachini (attrici: Marta Paola Richeldi, Shila Anaraki)

Attori: Giorgio Bertan e Marta Paola Richeldi

Regia e montaggio del testo: Giuseppe Emiliani

Disegno luci: Mauro Marri

Sistemi e interfacce multimediali: InfoMus Lab, DIST-Università di Genova

Oggetti scenici di Charles Eames: vitra.

Citazione da Visage di  Luciano Berio: Universal Edition e Talia Pecker Berio

Commissione: La Biennale di Venezia

Realizzata con una borsa della MacDowell Colony

«Da questo scontro tra il disordine morale e l’anarchia cattolica, e l’ordine pagano, lo spettacolo può far scaturire inaudite conflagrazioni di forze e di immagini, costellate qua e là di dialoghi brutali. E questo attraverso lotte fra uomo e uomo ognuno dei quali porta in sé come stimmate le idee più opposte».

«Fare la metafisica del linguaggio articolato significa […] frazionarlo e distribuirlo attivamente nello spazio».

«L’accavallarsi delle immagini e dei movimenti condurrà, mediante collusione di oggetti, silenzi, grida e ritmi, alla creazione di un autentico linguaggio fisico, fondato sui segni e non più sulle parole».

«Ma anziché limitare queste dissonanze all’orbita di un solo senso, le faremo passare da un senso all’altro, da un colore a un suono, da una parola a una luce, da una trepidazione dei gesti a una tonalità piana di suoni ecc. ecc.».

Le citazioni da Il teatro e il suo doppio che ho scelto per accompagnare il progetto dovrebbero essere sufficienti a spiegare perché un compositore che da quasi trent’anni dedica la sua attività all’uso di nuove tecnologie per lo sviluppo di un linguaggio in equilibrio fra mimesi e astrazione, e silentemente votato all’invettiva, abbia pensato ad Artaud.

Ma d’altro canto la perenne preoccupazione che il significato di quanto faccio sia accessibile, mi spinge qui a ricomporre con un solo senso alcuni dei suoni, delle immagini e dei movimenti che insieme a Paolo Pachini e Giuseppe Emiliani abbiamo frazionato e  incrociato per dare vita a Un avatar del diavolo.

Il termine avatar (che in sanscrito indica una divinità incarnata) viene usato da Artaud, con il significato sia di “disavventura” che di “metamorfosi”, nel sottotitolo del suo ultimo testo “Pour en finir avec le jugement de dieu” diventa l’odierno “avatar” informatico, sorta di alter ego elettronico. Il titolo dello spettacolo intende infatti definire le fondamenta del progetto: l’idea del doppio (Dio alter ego di Lucifero? Gli escrementi alter ego dello spirito?) e il linguaggio elettronico (alter ego di Lucifero?).

La composizione musicale utilizza la tecnologia informatica per trasformare e proiettare in tempo reale nello spazio fisico, suoni e parole dei due personaggi in scena (Giorgio Bertan e Marta Paola Richeldi), in bilico continuo fra logocentrismo e melocentrismo. Tutto ciò senza nulla togliere al gesto, ai movimenti, all’articolazione verbale. L’aspetto visivo è infatti interlocutore privilegiato della musica, sia con video realizzati ad hoc, sia con l’uso di sistemi interattivi che consentono la trasformazione del suono attraverso il gesto degli attori. Nella quarta scena, ad esempio, l’attore si muoverà carezzando eroticamente una sedia degli anni ‘40 di Charles Eames (che insieme a un paravento dello stesso designer americano, prodotti da vitra., e una radio polacca degli anni ’40 costituisce i pochi oggetti scenici). Questi suoi movimenti produrranno trasformazioni della voce dell’attrice, generando anche sospiri di desiderio, di piacere e di angoscia, a seconda del tipo di gesto, “riconosciuto” dalla sedia grazie alla tecnologia messa a punto da InfoMus Lab (DIST-Università di Genova).

La scelta del testo potrebbe sembrare presuntuosa data la grande notorietà che gode nel mondo del teatro, ma la vera ragione risiede nel fatto che era mio desiderio riportarlo nel suo contesto originale. Il testo fu infatti creato da Artaud per la radiodiffusione, peraltro mai avvenuta perché incappata nella censura  (così come Visage di Luciano Berio che viene infatti citato nella quinta scena per gentile concessione di Universal Edition e Talia Pecker Berio), quindi utilizzando un mezzo che fin dagli inizi dell’esperienza elettroacustica è stato considerato privilegiato per la diffusione del nuovo pensiero musicale. Anzi, possiamo proprio considerare la nascita della musica concreta (Parigi, 1948) come liminare al lavoro di Artaud.

Il 4 settembre 1948, esattamente 6 mesi dopo la morte di Artaud, Wladimir Porché, direttore generale della Radiodiffusione Francese (RDF) nonché colui che pose il divieto di messa in onda di Pour en finir, inaugura il CER, centro di studi radiofonici per le trasmissioni sperimentali.

La Scena

Due attori in palcoscenico. Tre oggetti, tutti degli anni ’40 del XX secolo: una sedia e un paravento entrambi di Charles Eames (cortesia vitra.), una radio polacca. La sedia ha 3 microfoni nascosti che captano acusticamente i gesti compiuti dall’attore. Il paravento è dotato di sensori di prossimità che misurano i movimenti intorno ad esso. La radio ha due potenziometri e un interruttore MIDI, un sensore di prossimità. Tutte le informazioni che provengono dagli oggetti, sono trasformate in segnali MIDI per controllare la trasformazione delle voci in tempo reale. I video sono proiettati su 3 schermi: due sopra il boccascena, uno in palcoscenico.

Storyboard

Charles Eames plywood chair, 1946 (cortesia vitra.)
Charles Eames plywood screen, 1946 (cortesia vitra.)
Radio polacca (Anni Quaranta)
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Allegoria dell’opinione verbale

(2000) per attrice, live electronics e sistema interattivo EyesWeb [10’]

Prima esecuzione assoluta: Stagione Gran Teatro La Fenice, Teatro Malibran, Venezia, 26 settembre 2001

Attrice: Francesca Faiella Regia del suono e EyesWeb: Roberto Doati

La raccolta di testi di Gianni Revello da cui ho tratto quelli per questo lavoro, prevede una scelta libera per la sua lettura/esecuzione (L’esecuzione può consistere nella sola lettura – piana, non enfatica, o come si vuole – o anche assumere, con ogni modalità, forma musicale, o ancora assumere qualsiasi forma: visiva, scenica, altro – ogni altro codice di comunicazione), sia nel numero che nell’ordine. Nel compiere questa scelta ho realizzato un percorso attraverso nomi, luoghi, temi della mia vita che spesso ho condiviso con Revello. Sicuramente non ho costruito una storia con personaggi immersi in una drammaturgia; il mio obiettivo era rendere palese il non-senso occulto di una vita senza tradirne l’incongruità.

La protagonista è sola sul palcoscenico e pronuncia questi nomi, luoghi, temi, come se li vedesse dentro di sé, come se li ricordasse, ricordasse di averli conosciuti, vissuti. Ma con la coscienza dell’ineluttabilità dello svanire di queste immagini ad ogni parola, ogni nome pronunciato. Non può fare a meno di descriverle, ma sa che mentre lo fa il suo mondo interiore scompare, per questa ragione si osserva mentre parla, osserva il vuoto che c’è in lei, e che lei stessa sta creando mentre parla. Per questo lotta con la sua stessa voce sdoppiata: con il movimento delle labbra cerca di fermarla, la rallenta, la accelera, la rovescia, la deforma perché la realtà attraverso il senso della parola non esca da lei. Sa che la realtà è un escremento dello spirito (Antonin Artaud), e che descrivendola è come se evacuasse.

Ma alla fine ci rendiamo conto che il suo sé si è nel frattempo riempito dei “grassi semi” della nostra credulità. In una sorta di cannibalismo, si nutre quindi della spiritualità dell’ascoltatore, della sua delusione: è sufficiente per continuare a vivere.

Durante la performance l’attrice è seduta di fronte a un monitor TV, guardando se stessa; ma anche il pubblico vede il suo volto proiettato su un grande schermo in palcoscenico.

Per realizzare il sistema interattivo ho utilizzato un software realizzato dal DIST (Laboratorio di Informatica Musicale dell’Università di Genova). Grazie all’aiuto degli ingegneri del DIST, ho composto una patch che segue il movimento delle labbra (colorate con un rossetto blu) dell’attrice, e l’area, altezza e larghezza del rettangolo di ingombro di tale movimento, opportunamente convertiti in segnale MIDI, vengono inviati a una patch di CSound per controllare in tempo reale i parametri di una risintesi della voce della stessa attrice precedentemente analizzata con la tecnica di Phase Vocoder e salvata su file separati. Il risultato è una sorta di doppio in cui, oltre all’attrice dal vivo, si sente la sua voce modificata in velocità, direzione (diritto/rovescio), o ‘spezzata’ in 50 filtri, ciascuno con un ritardo o una trasposizione diversi.

Studio per Allegoria dell’opinione verbale. Attrice: Francesca Faiella

Testi tratti dalla raccolta ”Il titolo a piacere segue le note” di Gianni Revello

Le lettere in grassetto maiuscolo che compaiono nel testo indicano la presenza durante l’esecuzione di un elemento più o meno estraneo al contesto.

Se s’immagina che racconto la mia vita
solo per far passare il tempo a qualcuno.
Ancora quattro settimane prima ero una creatura.
Polvere di marmo, calore, fatica,
fulmini, tuoni. Scuotono gli orecchi-ni-chelati.
E corse a casa con la testa in fiamme. Questo è il Lavoro!
Pace. Si guarda il polsino,
che cosa sta facendo quell’ape che indugia attorno alla mia scarpa?

Biologia e computer.
Immaginiamo una città enorme,
in cui ogni casa abbia diecimila linee telefoniche,
che la connettono con diecimila altre case,
che se ne stanno a loro volta su banchi di corallo inestesi
non fuori del comune.
Come emerge dalle pubblicazioni popolari
“A proposito, come stai a denaro?”
il divario tra ciò che una cosa è
e cosa non è
tromba divien l’oggetto ov’ei risoffia.
Ricapitoliamo,
se gioca un bluff, posso giocarlo anch’io,
in che consiste la differenza?

Io, UUUUU, dico per esempio:
ora, appoggiato a un pilastro,
emetterò da più fonti ottantotto grida altissime
e un bisbiglio
‘Phà!
SSSSS
al centro della sala
lascia cadere giù i due sacchi.
Urla, fischi, trombette.
Non mi sembra che vi sia un nesso.

Venezia ciclopica immobile
scimmia dalla fisionomia sua mimetica
forata da poche finestre le gambe deformi
s’impone, puttanangola, a esempio edificante
l’uomo che ha sognato l’Atlantide
l’ha fatta anche scomparire

Il privilegio della coincidenza in Heisenberg,
trasmesso per calli e tempeste,
compare nelle lezioni di scienza divulgativa.

La fisica ha un’affinità
con l’inutile chiamata in una bizzarra commedia notturna.
Nulla scassinato all’alba.

Il fascino del vecchio attore, lo zoccolo.
La gioventù, lente le spalle,
che esige la palude del sapere.

Confesso
che comporre un titolo segreto
per voci, tromba fitta, frutti cavi
dà da
riflettere.

L’intellettuale ha una resistenza alla scelta del bagno
parallela a quella per la conversazione.
Sicuro inverno, bagno modesto.

Il silenzio, per TTT, è aberrante.
Comporre a misura d’ape,
lo strepito della fantascienza
– odori seducenti.

In mezzo agli strumenti,
la musica,
indipendente,
partecipa da lontano, media,
immediata,
per un pezzo bendato, non sospesa.

M gira,
vagamente nervoso,
alla riva
contempla l’infinito,
allegoria dell’opinione
verbale.

Circa nove mesi dopo
cadde in un sonno profondo, sulfureo.
L’inattività delle infiorescenze,
la linea squisita del mento e del collo,
brezza, etere, deriva.
Rapidamente diminuì il suo vocabolario.
Tra angeli di marmo,
fece un cenno al figlio, si turbò.
In breve tempo le buone leggi lo snervarono.
Dal microfono
a strattoni,
un eccentrico motivo
color rosso scuro.

Il respiro della vallata, a ponente,
bianchi rosicchiando anni, ordini,
sospeso, interrogativo, d’impermeabile.
VV riavvolto
chiama la musica del possibile
il genere pagato.
Lo diverte.
La tela di profilo.

Basta lacrime.
Il monte inginocchiato alla vallata.
Le feste lunari hanno il sapore sbattuto delle musiche moderne.
RR non ne capiva il canto, il respiro.

Un momento.
Attenzione.
Ritmo a balzi.
Lo spazio del classico.
Comprensione infantile, favolosa. PP.

Da un pezzo
il lettore sperpera i grassi semi della credulità
mentre brucia di delusione.
È sufficiente.

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A rule of thumb. Omaggio a JD

(2014) live electronics solo (8 canali) [durata variabile]

Prima esecuzione assoluta: Festival « Nuova Consonanza », Roma, 3 dicembre 2014

L’opera nasce da un invito di James Dashow a partecipare ai festeggiamenti per i suoi 70 anni che Nuova Consonanza organizza a Roma nel 2014.

Invece di proporre qualcosa di già composto, mi sembrava più rispettoso del contributo dato da Dashow alla musica elettronica e della considerazione che ho per i molti preziosi consigli che l’amico James ha profuso con generosità agli inizi della mia carriera di compositore a Padova, creare una composizione d’occasione.

La maggior parte del materiale di partenza è costituito da 5 frammenti (tutti suoni di sintesi) tratti  dal suo In winter shine (1983). Le componenti che ottengo dall’analisi spettrale sono utilizzate per sintetizzare in tempo reale timbri e altezze con processi simili a quelli usati da James nel proprio sistema per diadi (Dyad System), ma non con il suo stesso rigore. Piuttosto secondo un principio euristico che gli anglosassoni (anche se questo modo di dire esiste in molte e più antiche culture, a partire da quella persiana) definiscono rule of thumb. Questo perché molti anni fa feci a James la spiritosa proposta di applicare a rule of thumb per una sua composizione sulle qualità sonore di una pirofila percossa con il pollice che tanto lo affascinavano. E sono proprio questi suoni, da me oggi registrati e convoluti con i frammenti sintetici di James, che concludono la mia musica ad esprimere tutta la mia affettuosa riconoscenza a JD.

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La presentazione del piatto

(2013) musica elettroacustica in cucina. Cuoco: Luigi Zanco [durata variabile]

Questa composizione ha origine dai materiali sonori utilizzati negli ultimi tre minuti di “Seppie senz’osso”, V episodio del progetto videomusicale Titolo segreto per quadrati, tromba fitta, frutti cavi, nato dalla collaborazione con il cuoco Gigi Zanco e il video compositore Paolo Pachini.

Perché la cucina? Perché Arte culinaria e Arte musicale hanno molte affinità: esiste una tradizione fatta di ricette (per la musica: l’armonia, il contrappunto, le forme classiche) e si parte da materiali base comuni (i suoni) per farne, attraverso innumerevoli tecniche di trasformazione,  materiali complessi (le strutture sonore) che aggregati daranno vita al piatto (all’opera musicale).

La parte finale di Seppie senz’osso è, appunto, la presentazione del piatto. Contenuta nello spazio visivo che Paolo Pachini le aveva destinato nell’architettura dell’intero video, aveva stimolato in me la generazione di una quantità di materiali maggiore di quanto non fosse necessario. Ho così pensato di trattare in tempo reale tale materiale in funzione di una forma autonoma, indipendente da suggestioni visive e gastronomiche.